I Riti della Settimana Santa in Basilicata

Pubblicato: 01/04/2021
I Riti della Settimana Santa in Basilicata

Il ciclo delle Sacre Rappresentazioni Lucane della Passione di Cristo, le feste della Settimana Santa a Matera, Ripacandida e Montescaglioso, la Processione dei Misteri di Barile sono alcuni dei più suggestivi esempi di riti della Pasqua e della Settimana Santa in Basilicata.

Insieme ai personaggi della tradizione cristiana nelle Via Crucis, in questa regione compaiono figure che provengono dal mondo pagano: la Zingara e la Zingarella che rappresentano il male ed il peccato, il Moro ed il Moretto emblemi di ciò che non è cristiano ed ancora il Malvo che fustiga i presenti perché colpevoli di aver ucciso Gesù.

Sebbene tracce di tradizione profana siano presenti nelle feste cristiane, le tante processioni organizzate nei comuni lucani sono una fedele riproduzione delle descrizioni delle Sacre Scritture.

I luoghi scelti per rappresentare la storia con le loro magnifiche scenografie rendendo gli ultimi momenti di vita di Gesù ancora più emozionanti e affascinanti. Le rappresentazioni sacre della Settimana Santa più caratteristiche in Basilicata si tengono nel territorio del Vulture Melfese che detiene anche la palma della tradizione più longeva insieme con la Via Crucis del Venerdì Santo di Barile, piccolo Comune in cui vive una comunità di origine albanese che parla ancora l’arbereshe.

Nell’area potentina i riti iniziano in anticipo perché la prima Via Crucis vivente si tiene a Ripacandida nella Domenica delle Palme. È la più giovane delle manifestazioni sacre e si è aggiunta agli altri riti che si tengono nei comuni della stessa area, con altrettante rappresentazioni viventi: Atella il Giovedì Santo; Venosa, Rapolla, Maschito (altro comune a minoranza albanofona) e Barile il Venerdì Santo; Rionero in Vulture il Sabato Santo. La Via Crucis più antica è a Barile. Nei suoi piccoli numeri (sono circa 2000 abitanti), la partecipazione è notevole con 116 figuranti, divisi in 25 gruppi. Non è il numero a caratterizzarla, sebbene sia elevato in rapporto alla popolazione. Ciò che la rende peculiare è la commistione tra il tema della Resurrezione nella religione cattolica e la cultura albanese che “popola” questa rappresentazione di figure singolari.

Alcune figure sono coperte o incappucciate. Sino agli anni ’40 anche il Cristo con la croce era interpretato senza la possibilità di vedere il volto, poi la tradizione è cambiata. Rimane immutata l’iconografia del camminare scalzo per l’intero percorso di circa quattro chilometri, mentre trasporta una pesante croce e trascina una catena di ferro.

Tra le figure non cristiane, nella Via Crucis di Barile figura la Zingara che è un simbolo negativo e rappresenta la lussuria. Polarizza attenzioni quanto il Cristo in croce si presenta tra la folla con abiti sgargianti ed è ricoperta d’oro. È un personaggio senza valori cristiani, l’unica che non soffre nel vedere il Cristo sofferente e che non piange perché, secondo la tradizione, è stata proprio la Zingara a fornire ai soldati i chiodi con cui le mani ed i piedi di Gesù sono stati trafitti.

Un’eredità del passato vuole che alla vigilia della processione le donne del paese mettano a disposizione i loro ori, prima esposti a tutti e poi in parte utilizzati dalla Zingara, per poi rientrarne in possesso al termine della manifestazione.

Il Moro, è invece, il simbolo di altre religioni. In tutti i paesi lucani interessati dai riti della Pasqua le confraternite ultimano i preparativi ed i costumi. È caratteristico anche il Venerdì Santo di Montescaglioso, in provincia di Matera, con una Processione dei Misteri in cui le statue escono da chiese diverse. A Montescaglioso, inoltre, la Settimana Santa inizia con un rituale addio alla Quaresima: vengono ritirati dei pupazzi a figura femminile precedentemente appesi per ricordare il lungo periodo del digiuno.

A Matera, già Capitale Europea della cultura 2019, non ci sono rappresentazioni sacre di rilievo. La città lucana, ad ogni modo, è la meta più importante per il fascino dei suoi Sassi e le ambientazioni cinematografiche che l’hanno resa la Palestina di Pier Paolo Pasolini (“Il Vangelo secondo Matteo”, 1964) e di Mel Gibson (“The Passion of Christ’’, 2003).

Pasqua non è soltanto il culmine di celebrazioni religiose che cominciano con la Quaresima e si protraggono fino alla Settimana Santa. È anche la fine di un periodo di magro, o addirittura di digiuni per i cristiani più devoti, cominciato alla fine del Carnevale. Ma per tutti le celebrazioni pasquali si collocano in un importante momento di passaggio calendariale: in questo momento sta entrando la primavera, la vegetazione si risveglia e procede più speditamente verso la crescita.

Analogamente i sepolcri, i bianchi germogli di grano tenuti al buio fino al momento dell’offerta in chiesa, rappresentano un’azione propiziatoria per la rinascita della vegetazione. La Resurrezione di Cristo, in fondo, è metafora di una generale rivitalizzazione della natura che, secondo il mito greco-romano, era favorita dall’emergere dalla terra di Proserpina, la figlia di Cerere rapita da Plutone e segregata nel buio. Per le società rurali, fra le quali fino a sessanta anni fa si poteva contare anche la nostra, si tratta di un momento critico, in cui è in gioco l’esito del raccolto, il benessere e l’armonia della società agropastorale. Da qui la necessità di far circolare i simboli propiziatori della rinascita e della vita.

Anche nei cibi cerimoniali di questo periodo si possono cogliere riferimenti alla nascita e allo sviluppo della vita per augurare e favorire un buon raccolto e una buona produzione animale. Ecco allora le uova, vita appena germogliata, offerte e richieste in dono suonando e cantando nei giri di questua (usanza ancora presente ad Anzi in provincia di Potenza), introdotte in torte dolci o salate come elemento decorativo, utilizzate in diverse pietanze di questo periodo.

Si pensi per esempio a quella torta rustica ben conosciuta - la versione più nota è il casatiello napoletano - diffusamente denominata in Basilicata pastizz’ (con le contestuali varianti dialettali), preparata prevalentemente con toma, uova, ricotta e salame - pietanza che ad Accettura e San Mauro Forte prende il nome della colomba pasquale: a clombr’.

Poi le pupe, diffuse in Italia centrale e meridionale, di diverse forme (bambola, cavallo, borsetta, cestino) decorate con uova sode e diavoletti, generalmente regalate ai bambini, essi stessi esseri umani appena germogliati. Spesso questi cibi vengono donati, come ogni altra festività, in un contesto di manifestazioni di amicale reciprocità e socialità.

Molto diffusa in Basilicata è la pastiera, per la verità si tratta di una versione “povera” rispetto alla “barocca” pastiera napoletana ricca di sapori e colori. Sulla provenienza storica della pastiera sembra consolidato il mito della sua origine romana legata alla confarratio, le nozze romane durante le quali si scambiavano pani rituali di farro e ricotta.

Non possiamo dimenticare la menzionata colomba, oggi raramente prodotta artigianalmente, che fa riferimento all’uccello simbolo cristiano della pace. Questo dolce è diventato nel primo Novecento il principale simbolo alimentare nazionale della Pasqua, quando l’azienda Motta lo propose sul mercato italiano nella stessa forma e preparazione in cui lo conosciamo oggi. Infine, i capretti e gli agnelli sono, loro malgrado, protagonisti nelle libagioni pasquali. Il consumo rituale della loro carne è prescritto nell’Antico Testamento, e in ogni caso si collega alla figura di Cristo “agnello di Dio” del quale, per i cristiani, bisogna mangiare simbolicamente il corpo: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo - scrive l’apostolo Giovanni - e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

Oggi il sacrificio ha perduto la sua valenza simbolica di ringraziamento della natura e delle divinità e l’agnello cucinato resta nella tradizione per segnare la festa di un carattere di non-quotidianità, di eccezionalità, per riportare nel mondo contadino il mito di un tempo di abbondanza economica e alimentare.

È difficile dire perché salami, uova ed agnelli compaiano sulla tavola proprio in questo periodo. Gli appassionati per le origini delle tradizioni si richiameranno entusiasticamente alla simbologia degli antichi; altri, invece, più laconicamente diranno che il motivo per cui quei cibi sono sulla tavola a Pasqua va ricercato, molto semplicemente, nella loro disponibilità: il salame è pronto per essere consumato, gli agnelli nascono in questo periodo e di uova ce ne sono quasi sempre in abbondanza.

Certamente anche la Pasqua di quest’anno sarà come quella dello scorso anno causa l’epidemia da Covid-19, senza le manifestazioni esteriori ma almeno con le celebrazioni eucaristiche in presenza e come sempre con la tavola imbandita.

Don Pierluigi VIGNOLA

Parroco-missionario della

Missione Cattolica Italiana "Madonna di Loreto" Amburgo



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