Non ho nulla ma posso darti almeno un abbraccio

Pubblicato: 10/07/2022

Lc.10,25-37

 

Non ho nulla ma posso darti almeno un abbraccio

Il Vangelo di questa domenica ci fa capire una cosa fondamentale per un credente: il fatto che non si può restare indifferenti dinanzi agli altri, specialmente dinanzi a chi soffre.  Anche alla luce di quello che stiamo vivendo,  con la guerra interminabile in Ucraina, -  e le guerre in tantissimi altri luoghi del mondo, nemmeno menzionati, forse perché dimenticati o poco rilevanti -  che il male più profondo, più grande del mondo, non è nemmeno la guerra in sé, quanto l’odio che le alimenta, in quanto frutto  diabolico di quella smania di potere che vorrebbe  sempre  accrescersi e alimentarsi con il sangue di tanti uomini, donne e bambini innocenti.
 
Perché l’odio? Perché una persona arriva ad odiare un’altra persona? 
In genere l’odio ci rimanda ad una relazione mal riuscita, alla conseguenza - per così dire -   di un difetto di comunicazione, ad una relazione andata male. 

Paradossalmente quando una persona odia un’altra persona vuol dire che, in qualche modo, c’è un interesse per quella persona, se pure per farle del male. Si tratta comunque di una relazione con l’altro, anche se malata e, in certi casi, è possibile fare qualcosa, magari un recupero del rapporto, soprattutto quando vengono messe in atto tutte quelle “strategie” di riconciliazione contemperate dal Vangelo. 

Il problema più grosso, invece è quando fa da padrona nei rapporti umani l’indifferenza. Personalmente credo che questo sia il male più grande. L’ ho capito soprattutto in questi ultimi anni, sin da quando ho vissuto la fase romana per lo studio, l’insegnamento  e l’incarico nel Mac come assistente ecclesiastico nazionale, proprio venendo e/o vivendo a Roma. 

Molto spesso mi capita di vedere persone che riescono, senza alcuno scrupolo, addirittura a  passare sopra i poveri accartocciati e distesi per terra, ignorando queste persone, senza nemmeno considerarle tali: persone vive, esseri  umani. Il problema è che manca l‘umano e il divino scarseggia ancora di più, cioè non se ne ha consapevolezza, per cui quelle persone riverse per  terra sono viste solo un ostacolo nel cammino, per cui non interessa coglierne il volto. 

Mentre preparavamo con il regista uno dei video per il servizio della Parola nella nostra associazione si è avvicinato uno di tanti “tipi” che affollano piazza San Pietro. Non potevo liquidarlo, nonostante la scarsezza di tempo e gli ho chiesto subito il nome, perché è importante, sapere a chi ci si rivolge e conoscere il nome significa valorizzare la dignità di quella persona. 

Bisogna anche aggiungere che le richieste sono così tante e  che alla fine ti può capitare di non avere poi  più tanto da dare. Sorridendo a volte mi viene da dire: “siamo diventati i bancomat della carità”. D’altro canto c’è anche il  rischio di dare a tutti, indiscriminatamente e quindi anche a chi non avrebbe bisogno, però quello che è più importante è che non manchi mai un pò di tempo da offrire in dono.  

Tutti possiamo donare un pò del nostro tempo per ascoltare l’altro, per dialogare. Tutti possiamo offrire il nostro volto! In una delle solite occasioni, veramente, non avevo nulla da donare e mi venne spontaneo dire: “vedi Renato (così si chiamava) non ho nulla con me, non posso darti nulla, ma se vuoi ti dò un abbraccio!” Renato rimase sorpreso ed accetto di buon cuore.  Io penso che si sentì considerato e accolto davvero attraverso quell’ “abbraccio gratis”. In fondo l’altro si aspetta da noi solo di essere considerato

Ecco quello che ha fatto il Samaritano sulla  via da Gerusalemme a Gerico, ha messo in pratica il Vangelo. Non ha fatto come gli altri due -  il sacerdote e il Levita -  che sono passati oltre. Nonostante la Parola da essi costantemente ascoltata, nei vari momenti di culto e da essi stessi promossi e animati, li obbligasse moralmente a prendersi cura dei più poveri e bisognosi, hanno preferito soprassedere, rimanendo indifferenti. 

Il Samaritano, invece, dai più ritenuto “eretico”,  è andato oltre, cioè si è preso carico di quella persona,  l’ha aiutata in maniera profonda.  Non ha esitato ad avvicinarsi, a curarne le ferite, assicurandosi pure che l’albergatore lo trattasse bene fino al giorno dopo

Così fa il Signore con noi, cura le nostre ferite e ci chiede  di fare lo stesso: “Và e anche tu fai lo stesso”! Non possiamo restare indifferenti dinanzi alle povertà, alla sofferenza del mondo, in qualche modo, dobbiamo prenderne  parte, fosse anche solo per pregare o per alleviare alemno una parte del dolore dell’umanità sofferente. 

don Alfonso GIORGIO



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