La gioia di essere “Voce che grida nel deserto”

Pubblicato: 17/01/2026
La gioia di essere “Voce che grida nel deserto”

Questa domenica torniamo in pieno nel Tempo ordinario e la liturgia ci propone la figura del Battista. Giovanni, il figlio tanto desiderato da Zaccaria ed Elisabetta è chiamato dall’alto a preparare i cuori di tutti alla conversione. Siamo appena usciti dal Tempo di Natale, abbiamo appena celebrato e vissuto tutte le celebrazioni di questo tempo forte dell’anno, le abbiamo accolte con viva fede, sicuramente con gioia interiore, ma adesso la Chiesa, come per tornare indietro, ci chiede ancora di fare un cammino di conversione, perché ci vuole preparare ancora ad accogliere Gesù. Non si tratta di passi indietro ma piuttosto di una necessità ineludibile ai fini spirituali, perché la fede è un cammino continuo, un cammino di conversione, di ricerca continua dell’Eterno.

Il Battista con la sua veemenza nel parlare e con la sua forza, che non si configura come violenza fisica, ma tenacia, nelle parole, determinazione nei suoi pronunciamenti non esita ad indicare la via giusta da percorrere per vivere la vera felicità. E’ la forza di un profeta, che poi risulta anche essere “profeta scomodo”, come lo è stato, per certi versi Don Tonino Bello nel suo tempo e forse anche all'interno della Chiesa, stante alle ormai note difficoltà che ha dovuto talvolta incontrare nella sua predicazione, nella sua fedeltà e totale coerenza al Vangelo. Emblematici furono i suoi “Tanti auguri scomodi” indirizzati al popolo e alle autorità che apparivano dormienti di fronte al degrado sociale e alle povertà di tanti uomini e donne abbandonati a se stessi nella sua diocesi: “Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate”. (tratto da A. Bello, Tanti auguri scomodi)

Il Battista è vissuto con coerenza, nella povertà del deserto, è stato una “voce che grida nel deserto”. Forse è poca cosa una sola “voce” in mezzo al deserto, ma la convinzione del profeta e la sua vita santa hanno portato i loro frutti. Oggi, in qualche modo, stiamo facendo questa stessa esperienza, giacché sempre più i veri credenti, i veri apostoli o i veri profeti sembrano essere quella voce, quell’unica voce che grida in un deserto; in un deserto di valori umani e cristiani;  in mezzo  a tanto materialismo e consumismo, per cui vale solo chi rende e produce; in  mezzo ad uno “sfascio” morale, il cui degrado sta determinando conseguenze devastanti nelle relazioni umane e nel nostro rapporto con le cose e con la natura.

Ci sono, grazie a Dio, piccole voci, voci tiepide, voci umili, che “gridano con la vita” la gioia del Vangelo, che cercano di togliere, il male e vincerlo con il bene; voci che vorrebbero svegliare dal torpore, dalla sonnolenza che caratterizza molto spesso il cammino degli uomini e delle donne di oggi, tutti coloro che si sentono perdenti e abbandonati al loro destino materialista. Sono voci flebili ma contagiano, infondono speranza e ridanno gioia di vivere a quanti le ascoltano. Ben venga in questo nostro tempo la figura del Battista che ci scuote  e ci richiama alle nostre responsabilità.

In mezzo a tanta indifferenza e superficialità non possiamo reagire al male che c’è nel mondo rispondendo come Caino rispose a Dio quando gli chiedeva conto di Abele: “sono  forse o il custode di mio fratello?” Sì! Siamo noi i custodi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che Lui ci ha messo accanto e siamo chiamati ad annunciare una vita bella, una vita nova e felice in Cristo.     

Profeti come il Battista ne vengano numerosi tra noi! Ne abbiamo bisogno! Ci vogliono persone innamorate del Vangelo che ci inducano a pensare che non possiamo rimanere dormienti, che è necessario occuparci degli altri, farci carico delle sofferenze di chi sta accanto a noi, camminare insieme, accogliere questo messaggio dall'alto come un messaggio che ci rinnova e ci permette anche di avere gli occhi orientati verso chi soffre di più nella vita ed è più svantaggiato di noi. Lo sguardo sugli altri ci permetterà di guardare meglio a noi stessi e soprattutto ci renderà felici per aver donato. In questo cammino di rinnovamento interiore la Chiesa ci può aiutare davvero e potrebbe, in qualche modo, essere accolta come quel “laboratorio” nel quale si sperimenta la presenza amorevole di Dio, la si trasmette e la si testimonia agli altri con la propria vita di credenti.

don Alfonso GIORGIO



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