La diversità dei talenti è ricchezza

Pubblicato: 18/11/2023
La diversità dei talenti è ricchezza

Siamo proprio agli sgoccioli. L'anno Liturgico sta per chiudere. Ancora una volta risalta il tema escatologico, il rimando a quella "fine" annunciata e al ritorno definitivo e ultimo del Signore che in questa parabola corrisponderebbe al padrone che prima di partire dà i talenti ai suoi servi.

I talenti erano le monete del tempo, che avevano un valore altissimo per cui dare 5 talenti, due talenti, significava dare veramente tanto. Ad un servo pero' ne dà soltanto uno. C'è una differenza tra uno e cinque con un' annotazione evangelica che ci fa comprendere il senso di questa diversità.

Capiamo attraverso il comportamento di quel padrone, cioè del Signore che Lui dona a seconda delle capacità di ciascuno, il che significa che vi possono essere delle differenze sostanziali tra l'uno e l'altro e che per questo non è il caso di alimentare quella che chiamiamo invidia.

Si può insinuare l'invidia: perché a lui 5 talenti e a me solo due? O addirittura soltanto uno? Ma colui che ne ha ricevuto solo uno ha pure paura di non riuscire a mantenerlo vivo ed è per questo che non lo investe, non lo fa fruttificare. Ecco perché lo nasconde, lo protegge, lo custodisce pensando cosi di fare bene ma, in realtà cosi facendo non lo mette a disposizione degli altri e della comunità.

Viene gelosamente trattenuto e non viene investito.
Mentre i primi due hanno capito e osato, il terzo ha avuto paura e ha seppellito in un certo senso la sua prooria vita: "so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato, raccogli dove non hai sparso… ho avuto paura. Ecco qui ciò che è tuo".

Quello che ha ricevuto non l’ha mai considerato suo: "Ho avuto paura".... Si può avere paura di Dio? Si, se hai di Lui un'immagine triste, predatoria, che sa di morte. Lo sente distante, duro, nemico e ingiusto. Tutti avremmo paura di un Dio così?

Gesù, invece, ci porta su un'altro terreno con una logica diversa, quella che Lui stesso ha inaugurato, quella del dono totale di sé, della disponibilità a investire tutto se stesso. Un Dio generoso a tal punto da immolarsi per noi, fino alla croce: dono totale per noi.

E questo significa che abbiamo un Dio grande nell'amore e che ognuno dovrebbe fare altrettanto e mettere a frutto quello che ha, quello che è, totalmente e a prescindere dalla quantità di talenti ricevuti, cioe' da quelle che sono le capacità personali. Anzi, paradossalmente, coloro che hanno di meno, perché hanno ricevuto di meno, possono anche dare di più di coloro che hanno ricevuto molto. Possono, sicuramente, nella loro povertà, nella loro umiltà, costituire un modello più significativo per gli altri: da una situazione di povertà si passa a tanta ricchezza di carismi, a tanta spiritualità. Infatti sono i poveri ad essere definiti "beati" dal Signore ad essi non va solo l'assistenza da parte di coloro che hanno di più, cioe' di quelli che hanno ricevuto un maggior nunero di talenti.

Quelli che sono poveri culturalmente, materialmente, moralmente chiedono di essere tutelati, di essere affiancati e noi possiamo, come Chiesa, sostenere coloro che sono in difficoltà. Certo non dovremmo limitarci a questo, magari sostituendoci a loro e producendo e fruttificando in loro vece, anzi dovremmo permettere che diventino protagonisti.

Don Tonino Bello vescovo umile e povero tra i poveri quando li accoglieva e li affiancava non intendeva sostituirsi a loro o alle responsabilità della comunità. Quando gli facevano osservazioni circa il suo stile povero, dismesso e soprattutto la sua vicinanza tra i bisognosi diceva: "io se accolgo gli sfrattati in vescovado non è perché mi piace, così risolvere il problema della precarietà, della povertà, di queste famiglie ma, piuttosto, vorrei essere un segno, vorrei innescare un processo per porre dinanzi all' opinione pubblica questo tema, vorrei cosi evidenziarlo, perché siano le Istituzioni ad occuparsene".

Le povertà, a qualsiasi livello, vanno accolte e valorizzate ed ognuno deve essere protagonista, anche se ha ricevuto poco in senso materiale o in senso spirituale, in senso generale, cioè in quanto a capacità personali.

Quel poco che ho ricevuto deve essere fecondato, deve essere valorizzato e anche coloro che ritengono di avere avuto ingiustamente pochissimo o di non avere nulla, se si impegnano possono dare sicuramente qualcosa di sé, se si impegnano in maniera concreta possono "esserci" tra la gente e significare qualcosa, dare il proprio apporto anche con la sola presenza.

E' proprio questo che il Signore ci chiede: far fruttificare i talenti ricevuti anche se sono diversi e noi siamo diversi gli uni dagli altri. Anzi e' proprio questa diversità a diventare ricchezza a disposizione di tutti.

don Alfonso GIORGIO



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