Il Tesoro e la Perla: la gioia dell'Essenziale

Pubblicato: 25/07/2026
Il Tesoro e la Perla: la gioia dell'Essenziale

La parabola del Vangelo di Matteo di questa domenica ci pone di fronte all'essenza stessa del nostro cammino di fede: quel tesoro prezioso per il quale vale la pena lasciare ogni cosa.

In Matteo 13,44-46 il testo greco usa l’espressione «dalila della gioia» (apò tēs charās autou). Il contadino e il mercante non lasciano i loro beni con sforzo morale o rassegnazione, ma spinti da una gioia sovrabbondante. Il distacco non è un sacrificio punitivo, ma la naturale conseguenza dell’aver trovato qualcosa di inestimabilmente superiore.

In genere, chi lascia con tristezza o si rifiuta di donare è perché è ancora troppo legato ai beni materiali e non ha ancora incontrato il Signore come il vero tesoro della propria vita.

Il contrasto con il Giovane Ricco

Questo atteggiamento richiama subito alla mente l’episodio del giovane ricco (Mc 10,17-22 /Mt 19,16-22): Colui che si avvicina a Gesù chiedendo: «Maestro buono, cosa devo fare per avere la vita eterna?». Gesù lo invita a compiere il salto di qualità: vendere tutto e seguirlo.

Il giovane, pur essendo una brava persona e un credente osservante, non riesce a staccarsi dai suoi beni e «se ne andò afflitto».

Al contrario, il mercante che trova la perla preziosa e il contadino che scopre il tesoro nel campo lasciano tutto con un'infinita gioia. Non pensano a ciò che si lasciano alle spalle, non ci fanno nemmeno caso: il loro unico desiderio è acquistare quel tesoro. Così dev’essere l’incontro con Cristo.

Lo sguardo secondo Don Tonino Bello e Sant'Antonio

Don Tonino Bello ci ricordava che la perla preziosa è Cristo stesso e che quel mercante in cerca dobbiamo essere noi. Per lui, cercare il Regno significa: Educare lo sguardo a riconoscere la bellezza dell'essenziale; smettere di accumulare beni effimeri per se stessi; investire sulla carità, spendendosi per gli altri. È la carità il vero tesoro che non perisce (cfr. Lc 12,33).

Anche Sant’Antonio da Padova, commentando questa pagina evangelica nei suoi Sermoni, offriva una lettura profonda: Il campo rappresenta la Sacra Scrittura; il tesoro nascosto nel campo è Cristo.

Per Sant’Antonio, lo studio della Parola di Dio non è mai stato un freddo esercizio accademico, ma un atto del cuore: un’esperienza spirituale capace di intenerire l’anima e allinearla alla volontà del Padre.

Sant’Agostino scrive che l’uomo segue quella strada dove il suo cuore gli dice che troverà la felicità. Quando provi gioia è un sintomo “un segno che stai camminando bene” che sei sulla strada giusta.

Molto spesso noi avanziamo nella vita non a colpi di volontà, ma per una passione, per scoperta di tesori, per innamoramenti e per la gioia che accendono. Vive chi avanza verso ciò che ama, on chi si sente forzato ad amare.

Il tesoro, la scoperta di Dio, mette in moto la vita: c’è da andare, da vendere, da comprare. Scrive ancora  sant’Agostino: “Dio vuole che il suo dono diventi nostra conquista”.

Il mercante e il contadino vendono tutti i loro beni. Che cos’è questo “tutto” da vendere? Possiamo capirlo solo se riusciamo ad immaginare ad una grande passione, tale da renderci indifferenti a tutto il resto: cambia la gerarchia delle cose importanti, cambia addirittura la visione del mondo. Non perché tutto perda di significato, ma perché tutto acquista finalmente il suo senso esatto.

Il tesoro prezioso è Dio stesso, è la fede che abbiamo ricevuto in dono, è la grazia ritrovata che trasforma la vita quotidiana.    

Se tesoro e perla sono due nomi di Dio, con la carica di affetto e di gioia, con l’energia travolgente di questa immagine, con il futuro che ha dentro, dovremmo capire che il Vangelo si rivolge proprio a noi che  siamo un po’ contadini e un po’ mercanti per domandarci singolarmente: ma Dio per te è solo un dovere o è un tesoro irrinunciabile?

don Alfonso GIORGIO



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