Il "sì" non parte ma il "no" diventa cammino

Pubblicato: 26/09/2026
Il "sì" non parte ma il "no" diventa cammino

Il Vangelo ci mette davanti a uno specchio scomodo. Il padrone è lo stesso, la vigna è la stessa, la chiamata è la stessa. Quel che cambia è solo la risposta.

Il primo figlio è il religioso di facciata. Dice subito sì. È il sì delle labbra, veloce, perfetto, che non costa nulla. È quello che Isaia già denunciava: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me" (Is 29,13). Gesù lo dirà ai capi: "voi dite ma non fate".

Il secondo figlio è più scomodo, più vero. Dice no. È il no della fragilità, della stanchezza, della nostra incoerenza. Ma poi - ed è questo l'avverbio che salva tutto - "ci ripensò". In greco "metamelomai": cambiò cuore, si lasciò muovere dentro. Non è solo pentimento, è conversione. E quindi andò.

E Gesù è spiazzante: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno. Non perché il peccato sia meglio, ma perché loro hanno avuto l'umiltà di riconoscere il loro "no" e lasciarlo trasformare da Dio.

È la stessa logica della prima lettura di questa domenica, Ezechiele 18,25-28: "se il giusto si allontana dalla giustizia e fa il male, muore. Se il malvagio si allontana dal male che ha commesso, vive". Dio non fa la contabilità dei nostri passati perfetti, guarda dove stiamo camminando ora.

E qual è la direzione giusta? Ce lo dice la seconda lettura, (Fil 2,1-11) di questa domenica. L'inno stupendo sulla kenosi: Gesù, pur essendo Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, prese la forma di servo. L'umiltà di Gesù non è un atteggiamento esteriore. È un.vero e proprio svuotamento. È il contrario dell'ipocrisia del primo figlio, che invece si riempie di parole per apparire pieno.

Qui ci aiuta Sant'Agostino: "Meglio zoppicare sulla via giusta che correre forte fuori strada" ("Melius est claudicando in via, quam fortiter currere extra viam").
Dio preferisce il nostro cammino zoppicante, fatto di cadute, di "no" detti e poi rimpianti, di ripartenze, piuttosto che una corsa perfetta, formale, tutta esteriore, che però non porta mai nella vigna. Nella vigna si lavora con le mani sporche, non con le mani giunte al solo scopo di farsi vedere.

E don Tonino Bello lo direbbe così. Lui che sognava la Chiesa del grembiule: "Non una Chiesa che ha bisogno di cristiani perfetti, ma di cristiani che si mettono il grembiule. Non servono i cristiani da vetrina, servono i cristiani da strada, che hanno il coraggio di sporcarsi le mani." E ancora: "Amiamo la Chiesa povera, la Chiesa del grembiule, che non sta a discutere fuori dalla vigna se il lavoro è dignitoso o no, ma ci entra dentro."
Ecco allora la domanda per noi oggi: in quale figlio mi riconosco?

Forse tutti e due. Tante volte diciamo "sì" a Messa, e poi fuori siamo assenti dalla vigna, che è la famiglia da perdonare, il vicino da aiutare, il povero da guardare. Siamo impeccabili nel rito e latitanti nella carità.

Il Signore oggi non ci chiede un sì perfetto. Ci chiede un sì vero. Anche balbettato. Anche detto dopo un no. Un sì che diventa servizio, che diventa grembiule indossato, come Gesù che nell'Ultima Cena si cinge il grembiule e lava i piedi (Gv 13).
La santità non è non sbagliare mai. È, dopo ogni "no", avere l'umiltà di ripensarci e tornare nella vigna.

don Alfonso GIORGIO



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