Gli ultimi, nel cuore di Cristo, diventano primi

Pubblicato: 19/09/2026
Gli ultimi, nel cuore di Cristo, diventano primi

Quella che ci viene proposta questa domenica è una delle parabole più urtanti di Gesù. Il padrone di casa esce all'alba, alle 9, a mezzogiorno, alle 3 del pomeriggio e addirittura alle 5 di sera - a un'ora dalla fine - e chiama gente oziosa in piazza. Alla sera paga tutti allo stesso modo: un denaro.
La protesta degli operai della prima ora è sacrosanta, dal punto di vista sindacale. Hanno sopportato "il peso del giorno e il caldo". Ma è proprio questo scandalo che Gesù vuole.

1. Dio non è un ragioniere

Noi immaginiamo il rapporto con Dio come un libretto di risparmio: più prego, più merito. Come se fosse una religione del merito.
Il profeta Isaia lo aveva già detto: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie" (Is 55,8-9).

Il padrone non è ingiusto: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?" (Mt 20,13). Rispetta la giustizia commutativa. Ma va oltre. San Paolo in riferimento alla vita morale, lo dirà: "laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20).

Come il padre del figlio prodigo che fa festa anche per chi ha sperperato tutto (Lc 15), il padrone dà non in base alle ore, ma in base al bisogno: un denaro era ciò che serviva a una famiglia per vivere un giorno. A tutti serve vivere.

2. San Tommaso: la giustizia che nasce dalla misericordia

San Tommaso d'Aquino, su questa parabola si esprime con chiarezza e ci aiuta a non pensare a un Dio arbitrario.
Nella Summa Theologiae spiega che in Dio giustizia e misericordia non sono in conflitto: "L'opera della giustizia divina presuppone sempre l'opera della misericordia e in essa si fonda" (S. Th. I, q.21, a.4). Dio non ci deve nulla per giustizia. Tutto è già misericordia.

E sul merito dice: "L'uomo merita la vita eterna non per le sue sole forze, ma per grazia" (S. Th. I-II, q.114, a.3). Il denaro della parabola è la vita eterna: nessuno può dire di averla meritata con le sue ore.

Tommaso chiamerebbe l'atteggiamento degli operai della prima ora invidia, che definisce come "tristezza per il bene altrui" (S. Th. II-II, q.36, a.1), il vizio opposto alla carità. Non soffrono perché hanno poco, soffrono perché l'altro ha avuto molto.

3. Don Tonino Bello: il Dio col grembiule

Qui ci aiuta don Tonino Bello, che di questa parabola aveva colto il cuore più umano.
Don Tonino diceva che questo padrone non è un caporale, ma è l'immagine di un Dio che non sopporta la piazza piena di disoccupati. Esce cinque volte a cercare, perché non si rassegna a vedere uomini "senza lavoro". È il Dio che ha l'ansia per chi è rimasto fuori.

E quando paga tutti allo stesso modo, non fa un'ingiustizia, fa una rivelazione: per lui non contano le ore di anzianità, conta la dignità della persona.

È la sua famosa "Chiesa del grembiule". Scriveva don Tonino: "Gli ultimi saranno i primi non per una manovra di sorpasso, ma perché Dio ha una predilezione per loro. Ama dare di più a chi ha avuto di meno dalla vita. La sua non è giustizia distributiva, è sovrabbondanza d'amore." E ancora, in una sua omelia, diceva che dovremmo smettere di pensare a Dio come a un controllore che timbra il cartellino all'ingresso della vigna. Dio è quello che alla sera chiama per primo proprio chi è arrivato ultimo, per dargli davanti a tutti la stessa dignità. Perché gli ultimi, per lui, non devono provare vergogna.

Ecco la conversione che ci chiede la parabola: riuscire a gioire perché Dio è più buono di quanto sarebbe giusto. Se ci riusciamo, abbiamo capito il Regno. Altrimenti, anche se siamo nella vigna da una vita, siamo rimasti fuori, a brontolare in piazza e non sia realmente con il Signore, rimaniamo lontani da lui.

don Alfonso GIORGIO



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