Cristiani credenti o credibili?

Pubblicato: 15/04/2023

Gv 20,19-31

Cristiani credenti o credibili?

E ancora, Pasqua! Effettivamente contempliamo ancora la bellezza di Gesù,  Risorto dai morti e in questa seconda domenica di Pasqua il Vangelo ci ricorda l’incontro con Tommaso.

La prima considerazione che possiamo fare in merito alla decisione presa dal Risorto di rispondere alla “provocazione” di Tommaso - “se non vedo con i miei occhi, se non tocco le ferite…” - , è che effettivamente, nonostante le chiusure dei discepoli, nonostante i timori, il cuore chiuso soprattutto per la paura di essere presi sotto la reale minaccia di una condanna, Gesù entra “a porte chiuse”, entra nel loro vissuto mediocre e deludente. Possiamo capire allora, anche per quanto ci riguarda, che il Signore entra anche al di là delle nostre chiusure, anche se rimaniamo chiusi nei suoi confronti, se siamo indifferenti o tiepidi, Lui non manca di rendersi presente nella nostra vita, nel modo che Lui solo sa.

Gesù entra nel cenacolo, incontra Tommaso, che spesso è definito come colui che ha avuto dei dubbi, colui che non ha creduto, ma in realtà il Vangelo ci ricorda semplicemente che Tommaso “non era con loro” . Perché non era con loro? Probabilmente per il fatto che quei fratelli discepoli del Signore non erano poi tanto credibili, in quel momento. L’annuncio della resurrezione, promosso proprio da loro che l’avevano abbandonato, rinnegato e tradito, suonava strano. Proprio loro annunciano che Gesù è risorto?

Tommaso che non si era allontanato effettivamente dalla comunità e che fu l’unico a rispondere quando Gesù diede l’annuncio della Sua passione e morte dicendo: “andiamo anche noi a morire con Lui”, voleva fare l’esperienza personale di Cristo. Anche a noi, spesso capita di ritrovarci in ricerca come credenti e di voler fare l’esperienza personale del Cristo; di voler sperimentare personalmente e avere un incontro speciale con Lui. Tommaso desiderava tanto questa intimità perché voleva andare al di là dell’ incoerenza dei suoi. Se aveva avuto il coraggio, e la generosità di “morire con Lui” evidentemente è perché era abituato a riflettere con la propria testa, mente e cuore, un passionale, per certi versi.

Chi vuole incontrare il Signore veramente prima o poi lo vuole riconoscere e, in effetti, quando Tommaso lo riconosce, toccando proprio le sue piaghe, capisce che si tratta di Dio e di essere di fronte al Signore, al Kύριος (Kyrios), a Colui che ha vinto la morte. Da quell’incontro capirà anche che non è più necessario, in assoluto, essere vicini al Signore in maniera tangibile.

Toccarlo, fare l’esperienza dell’incontro fisico con il Signore, non è più necessario né sempre possibile, bisogna credere al di là della visibilità. E’ quello che facciamo noi, l’esperienza che riguarda ciascuno di noi, in questo momento storico.

Don Tonino Bello, molti anni fa  indirizzò una stupenda e ideale lettera a Tommaso:

“Sai Tommaso incontro spesso cristiani come te, feriti dalla pessima testimonianza di noi discepoli, scandalizzati dal baratro che mettiamo tra la nostra fede e la nostra vita. Increduli a causa della nostra piccolezza. Noi discepoli del maestro, invece di essere trasparenza del risorto, diventiamo filtro e facciamo emergere le nostre fragilità piuttosto che la luce luminosa che ci ha avvolti e cambiati”.           

Tommaso allora siamo noi quando abbiamo dubbi, quando cerchiamo l’incontro con Gesù, ma siamo anche noi quando ci aspetteremmo più coerenza dai seguaci di Gesù, specialmente se consacrati, pastori, evangelizzatori, ecc.

Non bastano più le parole quando i fatti smentiscono quello che si predica  rivelando una vita anti-evangelica, borghese e mondana, cosi come spesso afferma Papa Francesco. Non basta riempirsi di croci al collo, portare magari una croce povera, di legno, tra le mani e poi presentarsi ai poveri con i mezzi più sofisticati e più eccellenti per dare sfoggio delle proprie capacità e possibilità.

Nemmeno gli strumenti pastorali più aggiornati convinceranno se non sarà un cuore libero, povero e pieno di amore a parlare e ad affascinare con lo stesso cuore di Cristo povero e umile. Ed essere, come diceva il beato giudice Livatino, piuttosto “più che credenti, credibili”.

Una considerazione non poco irrilevante va fatta in merito alle prime parole usate dal Risorto: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

E’ proprio su quest’affermazione che la chiesa istituisce il sacramento della confessione, per aiutarci nel nostro cammino di fede. Ma c’è di più, perché Gesù ora non sta parlando soltanto agli apostoli, ma a tutti i discepoli e quindi anche a noi. Ci dona il suo Santo Spirito, affinché siamo capaci di sostenerci l’un l’altro, perdonandoci a vicenda.

Se un fratello o una sorella  mi hanno fatto del male, io li posso perdonare e aiutare anche a non farlo più. E’ come se il Signore ci dicesse che è più importante aiutare gli altri perdonandoli e accogliendoli, nonostante i loro peccati, che lavorare solo su se stessi per essere buoni e santi. In fondo, saremo giudicati sulle opere, e l’opera più grande è proprio questa: perdonare, aiutare l’altro ad essere un buon credente, un cittadino esemplare. Non cercare una via per perdonarlo significa abbandonarlo nel suo malessere.

Il Signore ci aiuti anzitutto ad essere capaci di testimonianza a testimoniare la Luce luminosa che ci ha chiamati e che ci ha cambiati piuttosto che i nostri malesseri spirituali e le nostre incoerenze e soprattutto – per dirla con le parole del Beato Rosario Livatino – ci aiuti ad essere “più che credenti credibili”.

don Alfonso GIORGIO



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