Chiamati per nome

Pubblicato: 25/04/2026
Chiamati per nome

Il Buon Pastore come è noto, non è un mercenario, Gesù lo evidenzia proprio in riferimento alla sua persona. Egli non fa come il mercenario che viene pagato ad hoc per stare con le pecore in un dato momento e poi non se ne occupa più, il pastore invece come un nomade cammina insieme alle pecore, le conduce, ma è anche loro compagno di viaggio.

Il Vangelo che la liturgia ci propone questa domenica evidenzia che il pastore addirittura chiama per nome le sue pecore, ciascuna per nome. Nella realtà è difficile che un pastore chiami ogni pecora per nome, magari qualcuna tra quelle che gli stanno particolarmente simpatiche o evidenziano qualche caratteristica fisica particolare. A conferma di ciò mi è capitato talvolta di dialogare con qualche pastore, nelle nostre campagne ed effettivamente mi confermava di dare nomi a qualche pecora: “guarda quella la chiamo Nerina perché ha una macchia nera, ecc”, ma alle altre effettivamente non dava un nome.

Gesù è diverso con noi e ci chiama tutti per nome, il che significa che considera importante ciascuno di noi e non fa preferenze di persone, confermando quello che l’Antico Testamento dice già di Dio, quando nel libro del Siracide (35,12-13) ad esempio leggiamo che il Signore è un giudice «per il quale non c’è preferenza di persone» e che non è mai parziale.

Il Buon Pastore ci chiama e questo significa che siamo importanti per Lui. Noi, in genere, siamo abituati a dare importanza ad alcune persone piuttosto che ad altre, lo si vede anche solo facendo un giro sui social, ci sono persone che sistematicamente pubblicano incontri con persone importanti, magari per farsi vedere, per vantarsene, per rendersi grandi agli occhi degli altri, chi lo sa! Mentre persone che hanno un ruolo nella società e magari avrebbero tutto il diritto di mettersi in evidenza che invece non pubblicano niente.

E’ un atteggiamento diffuso quello di non considerare importante chi è ordinariamente dinanzi ai nostri occhi. A titolo di esempio si può pensare all’incontro con il proprio parroco: spesso è un fatto irrilevante poiché nell’immaginario collettivo sarebbe un diritto ottenere tutto da lui, incontrarlo per chiedere certificati o sconti sulla formazione per arrivare direttamente alla celebrazione dei sacramenti senza tante “seccature”, perché il parroco che sta lì, in parrocchia in fondo “non vale niente”, perché poverino è lì, non conta nulla, non ha alcuna visibilità, allora, magari, bisogna andare a cercare qualcuno che ha molti followers, un personaggio noto o un “santone” che ha maggior visibilità nella Chiesa o nella società o andare da un ministro, qualcuno che è molto in alto, per sentirsi appagati e soddisfatti.

Se siamo onesti non noi stessi, spesso noi siamo propensi ad andare con chi conta, a parlare, a nominare coloro che contano, per tante ragioni, magari per sentirci importanti anche noi o per averne un vantaggio, mentre Gesù nomina e parla e sta insieme a “coloro che non contano”. Al contrario Egli sta con gli ultimi, “sul passo degli ultimi”, come diceva don Tonino Bello che mi piace citare ancora una volta. Egli stesso, da vescovo della diocesi, è stato un buon pastore perché nei suoi pronunciamenti non mancava mai di chiamare tutti per nome: le persone, le situazioni, identificandole in maniera chiara, e spesso attribuendo questo ruolo di pastore anche ai politici, a coloro che avevano il compito di governare la città. Mi piace citare anche ricordare gli auguri che inoltrava ai governanti della città, ai politici della sua diocesi: li richiamava a non farsi gestire dai bisogni altrui per scopi di potere, ma a farsi carico delle sofferenze della gente con “compassione del cervello” e del cuore. Per don Tonino, il politico ideale doveva essere un pastore “con il grembiule”, simbolo della Chiesa del servizio, pronto a chinarsi sulle necessità dei più deboli per costruire una società più giusta.

Lì dove c’è buio, lì dove c’è paura, lì dove c’è dolore, il pastore è una guida, ma è anche un compagno di viaggio che condivide l'esperienza della fatica, è un titolo che troviamo anche nell’Antico Testamento, ma che viene attribuito in maniera netta a Gesù, perché egli è stato ed è per noi un pastore, è Lui il Buon pastore, è Lui che dobbiamo seguire, certo poi, per un fatto di istituzione divina, diceva Papa Leone in un'udienza recente, nella Chiesa abbiamo la gerarchia, abbiamo cioè i nostri pastori che ci conducono, ma tutti dovrebbero essere “immagine di Cristo Buon pastore” e sicuramente ogni cristiano avrebbe questo compito di guidare l’altro. Tutti noi siamo, in un certo senso, “custodi” del nostro fratello, anche se in modi diversi, tutti siamo chiamati a questo, a seconda della propria vocazione diveniamo “pastori”, guide per coloro che ci sono vicino.

don Alfonso GIORGIO



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