Abbondanza e decrescita: un’apparente ossimoro

Pubblicato: 15/03/2022
Abbondanza e decrescita: un’apparente ossimoro

In questi giorni siamo atterriti nell’avvicinarci ad un distributore di carburanti, per l’angoscia provocata dal salasso cui le nostre tasche sono sottoposte, dopo l’impennata dei prezzi di benzina e gasolio. Causa della guerra in atto nell’Est Europa viene immediatamente da pensare, la risposta è sì, in concomitanza della riduzione delle forniture dei prodotti energetici ed alla speculazione connessa, ma non solo.

Il Peak Oil, cioè il momento in cui sul Pianeta l’estrazione del Petrolio sarebbe giunta al massimo livello è stata già annunciata,  a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, con rinvii al 2008, e definitivamente attesa per il 2020. Da quel momento la produzione di petrolio sarebbe diminuita continuamente. I costi di estrazione di petrolio, gas e combustibili fossili sono sempre più alti, ma anche il ricorso alle cosiddette rinnovabili, non potrà fare a meno di una riduzione dei consumi di risorse naturali e di un cambio di passo in tema di sfruttamento e profitti. E’ tempo di ridurre la velocità a cui gira il mondo, nonché la stessa molteplicità che lo caratterizza; è sotto gli occhi di tutti che possedere di più, produrre di più, non comporta automaticamente situazioni di maggior benessere, anzi, la disponibilità eccessiva, come nel caso del cibo, ha portato la nostra società a dover fare i conti spesso con obesità e connesse patologie: diabete, disturbi circolatori ed infiammatori.

Da più parti ormai, si invoca un ritorno ad un equilibrio, ad una giusta misura che combatta gli eccessi che registriamo verificarsi in molteplici aspetti della nostra vita. Sentiamo spesso invece, ribadire da politici, economisti e giornalisti, il concetto di “crescita”, purtroppo ancora avvolto da una nebulosa di pareri, ricerche scientifiche, di mercato, pubblicità commerciali che non aiutano a comprenderne esattamente il significato. Un altro termine, altrettanto abusato, di solito impiegato insieme a crescita, è quello di “PIL”, generalmente per comunicarci che, se in un territorio nel susseguirsi degli anni aumenta il totale dei beni e dei servizi prodotti, si parla di crescita.

La semplicistica spiegazione fornitaci del concetto di cui sopra, così lineare non è, in quanto necessita distinguere tra crescita assoluta del PIL e tasso percentuale di crescita, e per noi che siamo affezionati ai temi ecologici, la differenza non è di poco momento. Se infatti si verifica una crescita assoluta, ma invariata rispetto all’anno precedente, il tasso di crescita diminuisce, così la crescita in termini assoluti in un grande sistema economico equivale ad un tasso di crescita basso, ma in un sistema economico ridotto risulta più elevata. In altre parole “crescita” assume significati diversi, in relazione al valore assoluto ed al suo tasso percentuale, da questo comprendiamo quindi che non c’è un immediato collegamento tra crescita reale e PIL.

Da ultimo, associato ai precedenti, c’è un altro ricorrente argomento che siamo ormai abituati ad incrociare nei dibattiti in Tv, nei libri, sui giornali ovvero quello di “sviluppo sostenibile”. Il concetto che sostanzia l’organizzazione della attuale, cosiddetta, green economy, fu sviluppato, viene da dire, per la prima volta durante i lavori della conferenza di Rio nel 1992, divenendo presto l’obiettivo di ONG ed associazioni ecologiste che lo adottarono come idea dominante del loro pensiero. L’asse portante di questa nuova formula consisteva nella volontà dei suoi propugnatori di assicurare contemporaneamente al pianeta tutela ambientale e crescita economica; in seno al principio originario si devono però, distinguere due matrici una di carattere ecocentrico e l’altra antropocentrica, in relazione agli obiettivi principali di tutela, verso cui se ne indirizza l’azione (Ecologia-Uomo).

Questa felice trovata concettuale, come fu definita, muoveva da precedenti definizioni che contemperavano la necessità di assicurare un aumento considerevole dei beni, per equiparare il divario di benessere tra Nord e Sud del mondo, rimanendo nei limiti ecologici del pianeta. Il risultato di questo nuovo approccio produttivo, secondo i primi autori ad essersi occupati del fenomeno, fu: la economicizzazione dell’ecologia, l’introduzione delle quote di CO2, i certificati verdi, tutta una serie di azioni che finanziate dai prelievi in bolletta a nostro carico, ben presto hanno dimostrato l’irrealizzabilità dei pur nobili propositi. E’ del tutto evidente che a fronte dell’introduzione di processi produttivi meno inquinanti e dei relativi beni derivati, anch’essi più ecologici, con una produzione che non può necessariamente diminuire, il saldo, rispetto al prelievo di risorse naturali, non può essere “sostenibile” all’infinito, ma dura necessariamente, finché non si esauriscono le riserve naturali ed umane, proprie o degli altri. La domanda sorge spontanea, questa nuova fonte di guadagno attraverso produzioni e lavori verdi è realmente in armonia con l’ambiente ed i cicli generativi e rigenerativi della natura e dell’uomo? La prima evidenza che emerge da questo recente paradigma green è la sua ambiguità, perché garantisce una soluzione al problema, politica in un certo senso, perché accontenta tutte le nazioni, i gruppi sociali ed economici, senza che nessuno cambi il proprio modo di vivere, basato su ritmi di consumo ed approccio ai valori umani e della natura non propriamente definibili sostenibili. L’abbondanza di beni, appannaggio esclusivo della popolazione di alcune fasce geografiche del pianeta, per quanto fornita da un’industria ed una economia che si fregiano del bollino green è veramente durevole? Serve effettivamente questa nuova connotazione di sostenibilità ad eliminare le differenze tra paesi Sviluppati e Sottosviluppati, secondo la definizione introdotta dal Presidente americano TRUMAN nel 1949, durante il discorso introduttivo al Congresso? Cercheremo di dare una risposta nel prossimo articolo.

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