Dalla Logica del Calcolo al Dono di Sé

Pubblicato: 01/08/2026
Dalla Logica del Calcolo al Dono di Sé

Il Vangelo di questa domenica ci consegna un’immagine di forte impatto umano e spirituale: "Gesù che cerca la solitudine" dopo aver appreso la notizia della morte violenta di Giovanni il Battista (Mt 14,13). In quel momento di dolore, Gesù sente il bisogno di ritirarsi in un luogo appartato per pregare. Tuttavia, le folle lo vedono, lo seguono a piedi dalle città e "interrompono" la sua solitudine.
Gesù non si irrita: di fronte a quella moltitudine prova 'compassione' (nel greco evangelico, 'esplanchnisthē', un viscerale commuoversi di Dio) e comincia a guarire i loro malati.

Al far della sera, emerge un forte contrasto tra la mentalità dei discepoli e l'atteggiamento di Gesù:

- La logica dei discepoli (il calcolo): I discepoli ragionano con una pragmatica "logica di mercato". Vedendo il luogo deserto e l'ora tarda, dicono a Gesù: «Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare» (Mt 14,15). È la tentazione tipica dell'uomo contemporaneo: applicare la logica del comprare, della delega, del calcolo economico e della prestazione persino alla sfera spirituale e alle relazioni umane.

- La logica di Gesù (il dono e la condivisione): Gesù ribalta completamente questa prospettiva con una frase che lascia sgomenti i Dodici: «Non hanno bisogno di andare; voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16).
È un’indicazione spiazzante. I discepoli obiettano di non avere nulla, se non «cinque pani e due pesci» (Mt 14,17). Dal punto di vista matematico ed economico è un'assurdità per cinquemila uomini. Ma è proprio qui che si compie il miracolo: il Signore non chiede una quantità sufficiente, chiede il nostro "tutto", per quanto piccolo sia. Il Signore non "fabbrica" dal nulla, ma "moltiplica e spezza" ciò che noi mettiamo con coraggio nelle sue mani.

Questa dinamica del poco che diventa sovrabbondante grazie al dono è stata già profondamente meditata dalla tradizione patristica: Sant’Agostino afferma nei "Discorsi", (130, 1): «Quei cinque pani significavano i cinque libri della legge di Mosè... Ma colui che ha fatto i pani è il medesimo che ha fatto anche la terra; Egli li prese, rese grazie e li moltiplicò. Quello che era poco nelle mani dei discepoli, abbondò nelle mani del Signore». Il santo vescovo ci ricorda che l'indigenza dell'uomo trova il suo compimento solo quando viene consegnata al Creatore.

San Giovanni Crisostomo, in una delle sue omelie (Omelie sul Vangelo di Matteo, 49, 1-2), nota come Gesù non abbia creato direttamente i pani dal nulla, ma abbia voluto partire da quello che i discepoli possedevano: «Perché fa questo? Per insegnarci che, anche se abbiamo poco, dobbiamo condividerlo e non tirarci indietro. Egli non sfamò la folla prima che i discepoli gli portassero i cinque pani, insegnando così che Dio opera insieme all'uomo e chiede la nostra cooperazione».

Di fronte alla grandezza della carità ci sentiamo spesso piccoli e inadeguati. Restiamo stupiti dagli esempi luminosi di santità — come Santa Teresa di Calcutta, tutta ferita ai più poveri tra i poveri, o come il servo di Dio Don Tonino Bello, che girava di notte per le strade della sua diocesi per accudire gli ultimi, spesso nell'incomprensione generale.

Ma la carità dei santi non deve diventare per noi un alibi. Come ricordava spesso proprio Don Tonino Bello, non possiamo cercare "vie di fuga" o delegare di fronte alle interpellanze del povero che ci sta accanto, all'isolamento o alla solitudine di chi ci vive vicino.
Troppo spesso, anche sui 'social media', assistiamo al rimpallo delle responsabilità: «Dove sono gli assistenti sociali? Dove sta il Comune? Dov'è la Chiesa?»*. Ma "tu sei parte di quella Chiesa, sei parte di quella società!" Non puoi delegare agli altri ciò che puoi fare tu oggi per il tuo vicino di casa che soffre. Comincia tu: fai il primo passo con i tuoi "cinque pani" e diventerai profetico, accendendo la speranza e l'interesse di tanti altri.

È un impegno necessario perché ne va della nostra coerenza di fede. Non si può scindere il culto dalla vita. Don Tonino Bello, a riguardo, usava un'espressione straordinaria sul legame tra la mensa eucaristica e la mensa dei poveri: «Non possiamo stare in ginocchio davanti all'Eucarestia e poi stare in piedi, indifferenti, davanti ai fratelli che ci stanno accanto, a coloro che muoiono di fame o sono vittime delle bombe».
Il testo evangelico della moltiplicazione dei pani anticipa gesti chiaramente eucaristici: Gesù «prese i pani, rese grazie, li spezzò e li diede» (Mt 14,19). Se non impariamo a farci "pane spezzato" per gli altri, l'Eucarestia rischia di rimanere un rito incompiuto.

Questa parola resta di un'attualità sconcertante: ci spinge ad abbattere la logica dell'indifferenza, a invocare il dono della pace in un mondo dilaniato dai conflitti, ma soprattutto a "testimoniare la pace operativamente" , facendo di tutto per far vivere nell'amore, nella dignità di persona e nella serenità chiunque il Signore metta sul nostro cammino.

don Alfonso GIORGIO



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